Le antichita romane volume 1 di 2 - libri I - VI - Praca Zbiorowa
Dopo una prefazione in cui Dionigi spiega perché intende scrivere della storia di Roma ed a quali fonti si ispira, segue la descrizione degli aborigeni e delle prime ondate di immigrazione greca in Italia, quindi l'arrivo di Enea e, in seguito, la fondazione della città da parte di Romolo, al cui regno è dedicato l'intero libro II.
I libri III-V riguardano gli altri re di Roma fino alla cacciata dei Tarquini; dal VI al XIV libro, da Bruto alla conquista del Lazio, viene trattata la repubblica arcaica, per concentrarsi, dal XIV al XX, sulle guerre sannitiche e la guerra contro Pirro.
"Publio Valerone, un plebeo, d'altronde illustre fra le armi e già capitano di centurie nelle guerre precedenti, fu segnato da essi per semplice legionario. Ora, lui reclamando e rifiutando un posto che lo disonorava quando non aveva demeriti anteriori, si sdegnarono i consoli dei liberi modi, e comandarono ai littori di nudarlo a forza e di batterlo. Il giovane invocava i tribuni e chiedeva, se era colpevole, di essere giudicato dal popolo. Ma non udendolo, ed insistendo i consoli perchè i littori se lo menassero e lo battessero, egli riguardò l’ingiuria come insoffribile e divenne appunto il vindice di se stesso. Per cui, fortissimo che egli era, trae dei pugni in faccia ed atterra il littore che primo lo investe, e poi l'altro. Esasperandosene i consoli, e comandando a tutti insieme i satelliti di avventarglisi, parve l'azione superbissima ai plebei che erano presenti. E congregandosi, e schiamazzando per istigarsi l'un l'altro alla vendetta, ritolsero il giovane e respinsero con le percosse i littori".
"Ora io, cittadini, io che sono quel Siccio che ho per voi militato tanti anni, sostenute tante battaglie, riportati tanti onori, non temuti nè ricusati pericoli, in campo o sulle mura, tra fanti o tra cavalieri, con tutti, con pochi, o solo e ferito in tutto il corpo, io che ho conquistato alla patria tante terre buonissime, e quelle che avete prese dai Tirreni e dai Sabini, e quelle che possedete degli Equi, dei Volsci e di altri, io, cittadini, e chiunque ha quanto me travagliato, nessuno ha ricevuto nemmeno piccolissima parte di queste terre, ma i più violenti, i più sfacciati se ne tengono le migliori, e le usufruttano già da molti anni senz'averle da voi nè per dono, nè per compera, nè per altro legittimo mezzo che possa dimostrarvisi. Se ne avessero questi domandata parte più grande che noi, dopo avere come noi travagliato nell'acquistarle, certo non sarebbe stato degno di uomini, degno di cittadini che pochi si appropiassero ciò che era di tutti, ma pur vi sarebbe stata una causa a tanta ingordigia. Ma quando, non potendo dimostrare alcuna opera grande e magnanima per la quale si tengono ciò che è nostro, non se ne vergognano, nè lo rilasciano nemmeno convintine, chi potrà comportarli? "